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	<title>Natura di Luce &#187; Etnobotanica</title>
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	<description>Associazione culturale no profit. Centro di ricerca e divulgazione sulla medicina popolare e le discipline bioenergetiche</description>
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	<language>it-IT</language>
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		<title>Erbe e Naturopatia Alpina</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 23:10:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Loredana Matonti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività]]></category>
		<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Corsi]]></category>
		<category><![CDATA[Etnobotanica]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[piante medicinali]]></category>

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		<description><![CDATA[ATTENZIONE! I corsi verranno svolti sia in presenza che  ON LINE, su piattaforma ZOOM (in quest&#8217;ultimo caso solo la parte teorica) Basato su un’inedita ricerca nelle valli del Piemonte, che ha recuperato una conoscenza popolare in via d’estinzione, un corso per imparare a curarti a casa tua ed economicamente con semplici pratiche. Riscopri le proprietà [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>ATTENZIONE! </strong><br />
<strong>I corsi verranno svolti sia in presenza che  ON LINE, su piattaforma ZOOM (in quest&#8217;ultimo caso solo la parte teorica)</strong></p>
<p>Basato su un’inedita ricerca nelle valli del Piemonte, che ha recuperato una conoscenza popolare in via d’estinzione, un corso per imparare a curarti a casa tua ed economicamente con semplici pratiche. Riscopri le proprietà della natura per ritrovare il tuo equilibrio. Rivolto a tutti.</p>
<p style="text-align: center;">Non il solito corso di erbe! Un corso di <strong>naturopatia tradizionale alpina</strong>, riscoprendo i Segreti di un tempo, per avvicinarsi alla Medicina delle Erbe con le mani, la testa e il cuore.</p>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="60k1u-0-0">
<div data-offset-key="60k1u-0-0">Curarsi in modo <strong>SEMPLICE, EFFICACE, e per giunta ECONOMICO,</strong> si può! Un CORSO di “naturopatia alpina” e, finalmente, nostrana.</div>
</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="1e68r-0-0">
<div data-offset-key="1e68r-0-0">L&#8217;unico corso in cui oltre a imparare in aula, potrai identificare le piante dal vivo con passeggiate nei dintorni, nonchè produrre in laboratorio i rimedi e i cosmetici da portarti a casa. Il programma è diverso per ogni stagione e modulo e si può iniziare da qualsiasi punto del percorso.</div>
</div>
<p>Pratiche popolari e ricette inedite, appartenenti soprattutto alla <strong>medicina popolare del Piemonte</strong>, tramandate un tempo solo oralmente e alcune ormai dimenticate, riscoperte dalla docente in una ricerca itinerante, condotta in questi ultimi anni intervistando centinaia di anziani.</p>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="60k1u-0-0">
<div data-offset-key="60k1u-0-0">
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="88gc-0-0">
<div data-offset-key="88gc-0-0">NATUROPATIA ALPINA: da una ricerca pluridecennale sull&#8217;arco alpino e nell&#8217;antica medicina popolare, tessere di un mosaico di antiche conoscenze, dissotterrate dalla spessa coltre del Tempo e riassemblate a ricomporre l’originario e antico “Sapere” curativo popolare, ora nuovamente disponibile per tutti.</div>
</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="bpjgr-0-0">
<div data-offset-key="bpjgr-0-0">Rimedi ancora attualissimi, di facile realizzazione e per tutti i mali del quotidiano: dalle malattie da raffreddamento ai dolori articolari, dai traumi fisici ai problemi ginecologici e cutanei.</div>
</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="fu262-0-0">
<div data-offset-key="fu262-0-0">Ma non solo! Nel CORSO si accennerà anche alle ricette culinarie tradizionali realizzabili con le specie che, oltre ad essere officinali, sono pure commestibili.</div>
</div>
</div>
<div data-offset-key="60k1u-0-0">Lette in chiave moderna e reinterpretate secondo l’antica fisiologia ippocratica che i nostri anziani non conoscevano, ma applicavano, rappresentano la vera naturopatia “nostrana”; ecco perché sono così preziose, attualizzandole con semplici accorgimenti anche nella pratica quotidiana per sé e per la propria famiglia. Molto utile anche a figure che fanno della cura naturale una professione (es. naturopati, fisioterapisti).</div>
</div>
<p><strong>PROGRAMMA GENERALE</strong><br />
<a href="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/10255456-le-erbe-medicinali-achillea-millefolium-freschi-secchi-timo-selvatico-e-menta.jpg"><img class="wp-image-1251 alignright" style="margin: 2px;" alt="10255456-le-erbe-medicinali--achillea-millefolium-freschi-secchi-timo-selvatico-e-menta" src="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/10255456-le-erbe-medicinali-achillea-millefolium-freschi-secchi-timo-selvatico-e-menta.jpg" width="280" height="187" /></a>Medicina ippocratica : i 4 umori e i 4 elementi. Dal segno alla funzione: la Signatura delle piante. Il principio del simile. Le 4 qualità delle piante: caldo-fredde-umide-secche.</p>
<p>Erbe medicinali alpine che non devono mancare in casa: quando raccoglierle e trasformarle con unguenti, sciroppi etc. Proprietà e applicazioni popolari per uso interno ed esterno dai mali da raffreddamento, ai dolori e disordini mestruali, dai traumi fisici come slogature e fratture ai dolori articolari, muscolari ecc&#8230;(in ogni modulo si trattano piante e rimedi diversi)</p>
<p><strong>I corsi sono riservati esclusivamente ai SOCI</strong></p>
<p><strong>Contributo Tessera Associazione:</strong> 15€</p>
<h1 style="text-align: center;"></h1>
<h1 style="text-align: center;"><a href="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/08/IMG_2820.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1425" alt="img_2820" src="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/08/IMG_2820-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a></h1>
<p style="text-align: center;"><strong style="font-size: 2em;">MODULO AUTUNNO, sia ON LINE su ZOOM che in presenza</strong></p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>9-10 OTTOBRE 2021, Novalesa (TO)</strong></h2>
<p>Oggi, più che mai, è importante prendersi cura della nostra salute come il bene più prezioso, innanzitutto con  una vera e proprio <strong>prevenzione primaria </strong> e <strong>fortificando  il nostro sistema immunitario</strong> per far fronte ad agenti patogeni vari, mediante <strong>pratiche di depurazione del Terreno e alcalinizzazione del nostro organismo;</strong><strong> </strong>per raggiungere questi obbiettivi le <strong>erbe medicinali sono tra le nostre migliori alleate</strong>!</p>
<p><strong>In questo modulo in particolare si parlerà anche di come affrontare le stagioni autunnali e invernali attraverso efficaci pratiche di<br />
*depurazione del Terreno per rafforzare le difese immunitarie*, delle erbe tratte dalla nostra tradizione per *curare i sintomi influenzali* e, fra quest’ultime, anche di diverse piante che la letteratura scientifica riporta essere efficaci in vitro contro la COVID-19.</strong></p>
<p>A seguito di una lunga  ricerca durata quindici anni, in questo Modulo Autunno verranno trasmessi parte degli antichi segreti e conoscenze che hanno permesso ai nostri antenati, per secoli, di curarsi naturalmente, con ciò che la Natura offriva. <strong> Rimedi semplici, economici ed efficaci&#8230;</strong><br />
In più, ci sarà un breve parte facoltativa la domenica, in presenza, sui <strong>punti di agopuntura che si possono stimolare con la moxa per rafforzare ulteriormente le difese immunitarie. </strong></p>
<p><strong>Investi sulla tua Salute! E&#8217; importante ri-appropriarci delle nostre capacità di ascolto e potere di autocura per riavvicinarci ad uno stile di vita più salutare e naturale possibile&#8230;</strong></p>
<p><strong>OBIETTIVO</strong></p>
<p>Apprendere l&#8217; antica fisiologia energetica occidentale* basata sui 4 Elementi ed Umori e decodificare il messaggio analogico-simbolico della Natura e delle piante, utilizzare alcune erbe selvatiche per autoprodurre antichi ed efficacissimi rimedi le cui ricette si stavano perdendo.</p>
<p><strong>PROGRAMMA:</strong><br />
~ Umore ed Elemento collegato all&#8217;AUTUNNO  e squilibri a cui possono dar luogo;<br />
~Le Erbe antinfiammatorie ed antisettiche  di questa stagione per la cura di svariate patologie e antiche rimedi e ricette popolari per realizzarli;<br />
~Passeggiata di riconoscimento erbe;<br />
laboratorio pratico di autoproduzione di antichi rimedi popolari che ci si potrà portare a casa</p>
<p style="text-align: center;"><strong> SABATO 9 OTTOBRE:</strong> teoria sia on line su zoom che in presenza (a n chiuso)</p>
<p><strong><strong>Orario: dalle 9.30-13.00 e dalle 14.30 alle 18 con pausa pranzo </strong><br />
<strong>il corso di sabato (teoria) verrà REGISTRATO per cui è possibile anche riascoltarlo in differita per una settimana se non si potesse farlo in diretta.</strong>DOMENICA 10 OTTOBRE, pratica in presenza</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>DOMENICA 10 OTTOBRE (in presenza)</strong></p>
<p>Mattina: lezione sul campo di riconoscimento piante.<br />
Pomeriggio: laboratorio per autoprodurre alcuni antichi rimedi attualizzati come:</p>
<ul>
<li>sciroppo per la tosse, mucolitico e antinfluenzale al lichene e altea radice,</li>
<li>spray antisettico al ginepro il mal di gola</li>
</ul>
<p><strong>PARTE FACOLTATIVA (circa 1- 1,5 h max)</strong><br />
In tale modulo si proporrà sempre la domenica anche una *parte pratica e facoltativa di circa 1,5 h, contributo 15 euro, in cui si insegneranno  quali sono i <strong>punti di particolari meridiani da stimolare con la moxa per rafforzare ulteriormente le difese immunitarie</strong>*.<br />
Questa parte sara’ curata dalla dott Gabriella Sattanino, medico ed esperta di Medicina Tradizionale cinese e agopuntura, insegnante di yoga</p>
<p><strong>*Contributo soci*:</strong><br />
<strong>intero week end:</strong> 130 euro.</p>
<p><strong>Solo sabato:</strong> 65 euro</p>
<p><strong>OBIETTIVO</strong><br />
Apprendere l&#8217; antica fisiologia energetica occidentale* basata sui 4 Elementi ed Umori e decodificare il messaggio analogico-simbolico della Natura e delle piante, utilizzare alcune erbe selvatiche per autoprodurre antichi ed efficacissimi rimedi le cui ricette si stavano perdendo.</p>
<p><strong>PROGRAMMA:</strong><br />
~ Umore ed Elemento collegato all’Autunno e squilibri a cui possono dar luogo;<br />
Le Erbe antinfiammatorie ed antisettiche  di questa stagione per il rafforzamento delle difese immunitarie e la cura di svariate patologie; antiche rimedi e ricette popolari per realizzarli;<br />
Passeggiata di riconoscimento erbe;<br />
laboratorio pratico di autoproduzione di antichi rimedi popolari che ci si potrà portare a casa:</p>
<p><strong>*Contributo soci*:</strong><br />
<strong>intero week end:</strong> 130 euro.<br />
<strong>Solo sabato:</strong> 65 euro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Informazioni / Iscrizioni SOCI</strong></p>
<p>naturadiluce@gmail.com &#8211; Cell. 347 7826334</p>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="8kedt-0-0"></div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="feg25-0-0"></div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="45em5-0-0">
<div data-offset-key="45em5-0-0"><strong>PERNOTTAMENTO:</strong> Per chi viene da lontano è consigliato pernottamento in B &amp; b a Novalesa, Susa, Mompantero. Se si è in possesso di tenda è possibile il pernottamento gratuito nel giardino dell&#8217;associazione, o anche fuori nelle aree attrezzate vicino la cascata.</div>
</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="avjr-0-0">
<div data-offset-key="avjr-0-0">A Novalesa consigliamo la pensione: l&#8217;Eldorado: http://www.albergoeldorado.it/</div>
<div data-offset-key="avjr-0-0">A Venaus il  B&amp;B Terra di confine: <a href="https://www.facebook.com/terradiconfinebeb/">https://www.facebook.com/terradiconfinebeb/</a>  cell:  334 367 6836<br />
Susa: l&#8217;ex convento casa per ferie san Francesco: https://www.sanfrancescosusa.it</div>
</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="9vf61-0-0">Campeggio libero in tenda propria: gratuito, anche nel giardino dell&#8217;Associazione.</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="8k4am-0-0">
<div data-offset-key="8k4am-0-0">Abbigliamento consigliato: adeguato per la media e alta montagna, maglia, scarpe da ginnastica, k-way.</div>
</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="aaprd-0-0">
<div data-offset-key="aaprd-0-0">Pranzi: a carico dei partecipanti, al sacco .</div>
</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="f9r3p-0-0"></div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="evcet-0-0">
<div data-offset-key="evcet-0-0"><strong>COME ARRIVARE</strong></div>
</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="b5qvh-0-0">
<div data-offset-key="b5qvh-0-0">La val di Susa è facilmente raggiungibile e molto servita da strade e treni.</div>
</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="69l7e-0-0">
<div data-offset-key="69l7e-0-0">Treno: Le località dei corsi sono raggiungibili col treno e per gli ultimi kilometri i partecipanti possono beneficiare del nostro passaggio auto, previo accordo sull&#8217;ora. Bisogna prendere treno fino a Torino. da qui si cambia per un treno che vada in val di Susa, possibilmente fino Susa dove possiamo venirvi a prendere (o al massimo anche Bussoleno).</div>
</div>
<div data-block="true" data-editor="6njnr" data-offset-key="9br4k-0-0">
<div data-offset-key="9br4k-0-0">Auto: prendere autostrada per Bardonecchia-Frejus, poi uscire a Susa e seguire indicazioni per i paesi citati.</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Tarassaco</title>
		<link>http://www.naturadiluce.it/wordpress/tarassaco/</link>
		<comments>http://www.naturadiluce.it/wordpress/tarassaco/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 23 Feb 2013 17:16:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Loredana Matonti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Etnobotanica]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[etnobotanica]]></category>
		<category><![CDATA[loredana matonti]]></category>
		<category><![CDATA[tarassaco]]></category>

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		<description><![CDATA[Ai confini dell’impercettibile c’è un prato di soffioni trasparenti, gracili vittime della più lieve folata di vento Sono i miei pensieri che si spandono sull’inconsistenza delle cose immaginate…   Il tarassaco, pianta infestante per i contadini, vanta un’ottima reputazione come specie medicinale ed alimentare &#160; La terra prima silente, è ora brulicante di vita e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><i>Ai confini dell’impercettibile </i></p>
<p align="right"><i>c’è un prato di soffioni </i></p>
<p align="right"><i>trasparenti, gracili vittime </i></p>
<p align="right"><i>della più lieve folata di vento </i></p>
<p align="right"><i>Sono i miei pensieri </i></p>
<p align="right"><i>che si spandono sull’inconsistenza </i></p>
<p align="right"><i>delle cose immaginate… </i></p>
<p align="right"><i> </i></p>
<p><i>Il tarassaco, pianta infestante per i contadini, vanta un’ottima reputazione come specie medicinale ed alimentare </i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La terra prima silente, è ora brulicante di vita e di risvegli. L’acqua s&#8217;insinua tra i prati, ammantati da un nuovo e soffice velluto verde, chiazzato di giallo a perdita d’occhio. Eccolo, il tarassaco. Lo sguardo si posa sulle solari corolle che fanno capolino, intercalate dalle infruttescenze, i “soffioni”, delicate sfere piumose composte da decine di frutti, detti acheni, dal caratteristico pappo: un ciuffo di peli bianchi, originatosi dal calice modificato, che, agendo come un paracadute, agevola col vento la dispersione del seme. La pioggia di aprile li arruffa, ne fa bianchi pulcini bagnati. Ricordi di infanzia affiorano alla mente, quando la favola faceva parte della vita e, spensierati, si correva sui gialli prati a cercarlo. Si soffiava con tutto il fiato nei polmoni e i peli del pappo piumoso si staccavano, facendosi trasportare dal vento come candide bolle di sapone. Restavamo ad osservare rapiti quella nuvola disperdersi nel sole. Poi i semi cadevano da qualche parte, svanivano alla nostra vista, sarebbero un giorno diventati una piantina, un bocciolo verde, un largo fiore giallo, un altro soffione&#8230; ma già a noi non interessava più: sdraiati sul prato fiorito, succhiavamo la cannuccia dello stelo, gustandone quel sapore amaro e cercando di riconoscere animali e oggetti nelle nubi che cambiavano forma nel cielo azzurro.</p>
<p>Anziché ascoltare il bollettino meteo, preferivamo soffiare i leggiadri piumini. Se volavano verso l’alto era presagio di bel tempo, al contrario se planavano verso il suolo. Allo stesso modo affidavamo al nostro oracolo di primavera i patemi d’amore. Solo se i pappi volavano via tutti, il sentimento sarebbe stato corrisposto, altrimenti, per vedere esauditi i nostri desideri si sarebbe dovuto aspettare alcuni mesi o anni, tanti quanti i piumini rimasti sul ricettacolo!</p>
<p><a href="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/02/soffione-di-tarassaco.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1214" style="margin: 2px;" alt="soffione-di-tarassaco" src="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/02/soffione-di-tarassaco.jpg" width="300" height="400" /></a>Il <i>Taraxacum </i>gr.<i> officinale</i> Weber (famiglia delle Asteracee) è una specie “camaleontica”, sia per il suo polimorfismo, in quanto non viene classificata come una specie unitaria, ma come un aggregato comprendente numerose “stirpi”, sia per i molteplici nomi volgari con cui è conosciuto. Cicoria dei prati, dente di leone, soffione, orologio del pastore, girasole e molti altri ancora. Molteplici anche le interpretazioni etimologiche. Il  nome del genere, secondo alcuni, deriva dal greco <i>taraxos</i> (disordine, squilibrio) e da  <i>akos</i> (rimedio): si deduce così la vocazione terapeutica attribuita alla pianta per i “disordini” metabolici a livello epatobiliare e renale. D’altronde, secondo la Dottrina della Segnatura, il colore giallo dei fiori e il sapore amaro, erano caratteristiche assimilabili a quelle della bile e perciò idoneo per le patologie del fegato. Ancor più curiosa l’interpretazione simbolica dell’erboristeria rinascimentale, di tradizione alchemica-astrologica, secondo la quale la pianta era governata dal pianeta Giove e proprio come Giove, re degli dei, metteva ordine nel suo Olimpo, il tarassaco farebbe lo stesso “nell’universo corporale”, depurandolo dalle impurità. Indiscusse pure le proprietà diuretiche della pianta. Non per niente uno dei suoi tanti nomi volgari è pisciacane, piscialetto (dal francese <i>pissenlit</i>), nome in voga soprattutto nel XVII secolo e tuttora utilizzato in vari dialetti italiani.</p>
<p>Per cogliere il fiore dal lungo stelo, dobbiamo affondare le dita tra le foglie, basali, lunghe e frastagliate, dall’inconfondibile gusto amaro. I fiori sono raccolti in capolini di colore giallo dorato, con ligule pendenti che si ripiegano alla sera, o con il cattivo tempo, sul centro del capolino. Anche le api li apprezzano, dando luogo al caratteristico miele ambrato, dall’aroma intenso e profumato e dal sapore non dolce, che regolarizza le funzioni intestinali, adatto anche ai diabetici e per chi soffre d&#8217;acne.</p>
<p>Ogni parte di questa specie è commestibile e la sua raccolta è una delle poche tradizioni dure a morire: quando non è ancora fiorita, si raccolgono le teneri foglie dentellate, dal sapore piacevolmente amaro e aromatico, che finiscono sulla tavola in ottime insalate, magari assieme al classico uovo sodo. Bollite, entrano a far parte di amarognole minestre, adatte per espellere le tossine e l’eccesso di grassi del lungo inverno. Infatti le sostanze amare contenute, come la taraxacina, aumentano la produzione di bile e ne stimolano l’espulsione. Ecco giustificato l’uso popolare come ottimo depurativo epatico, per stimolare il metabolismo e diminuire il colesterolo e giova anche al diabete e alle malattie del ricambio, in quanto svolge un effetto disintossicante.</p>
<p>Il tarassaco può essere considerato anche un’ottima verdura commestibile, dal valore nutrizionale elevatissimo, ricca di sali minerali (ferro e potassio), di vitamine, come la C, D e le vitamine del gruppo B. È anche ricchissimo di carotenoidi (pro-vitamina A), ancora più delle carote e, in associazione con gli altri principi attivi contenuti nella pianta, esercitano un’azione antinfiammatoria e antiossidante nei confronti dei radicali liberi e di prevenzione delle patologie degenerative. Inoltre contiene inulina, sostanza zuccherina di facile assimilazione ed elevata compatibilità, che sostiene le attività metaboliche senza provocare alterazioni dell’insulina e, dunque, scompensi glicemici.</p>
<p>In cucina con i fiori si preparano delicate frittelle e si confeziona lo sciroppo di tarassaco, usato nella nostra tradizione per la tosse, molto gradito ai bambini per il suo gusto delicato. Sempre i fiori, ma ancora in boccio, possono essere raccolti e messi sotto sale o sott’aceto, sostituendo i capperi, mentre la radice, considerata diuretica e rinfrescante, una volta bollita può essere mangiata in insalata. Una volta i nostri nonni la tostavano e la impiegavano persino come bevanda surrogata del caffè, anche se, al contrario di quest’ultimo, sembra avesse un effetto sedativo.</p>
<p>Nella medicina popolare piemontese l’infuso delle foglie veniva consigliato, oltre che come depurativo del fegato, per le febbri, tanto acute quanto croniche, per i calcoli renali e del fegato, l’itterizia, la gotta e per stimolare l’intestino. L’infuso dei soli fiori invece, veniva usato per i reumatismi. Piuttosto praticato anche l’uso esterno: per schiarire le lentiggini ci si lavava il viso più volte al dì con l’infuso dei fiori,  mentre in caso di varici si immergevano le gambe nell’infuso.</p>
<p>Essendo una specie diffusa anche in molti altri Paesi del mondo è nota a scopo terapeutico anche in altre culture tradizionali. In Cina ad esempio, si prescriveva per trattare l’epatite, problemi del seno (tumori, infiammazioni, scarsità di latte, ecc.), appendicite, disturbi digestivi e persino per rendere luminosa la pelle e limpidi gli occhi. Tra l’altro, pure il famoso erborista inglese Culpeper lo raccomandava, nel 1600, per &#8220;ogni cattiva disposizione del corpo” e per “vedere lontano senza bisogno d&#8217;occhiali”. Affermazioni, forse, spiegabili grazie a recenti studi secondo i quali le foglie, ricche di sostanze come la zeaxantina e la luteina, sarebbero utili per prevenire degenerazioni senili oculari come la cataratta.</p>
<p>La prossima volta che la scorgiamo nei prati, questa umile e calpestata “erbaccia” meriterà di incontrare una maggior considerazione come preziosa alleata per la salute o più semplicemente, come dicevano gli antichi, per mettere “ordine” nel nostro organismo.</p>
<h2>Le ricette della tradizione piemontese</h2>
<p><b>Sciroppo di tarassaco per la tosse</b>: si preparava facendo bollire per un’ora 350 g fiori di tarassaco, 1 litro di acqua e tre limoni a pezzi; il liquido ottenuto veniva filtrato con una garza e bollito nuovamente con aggiunto di 1kg di zucchero di canna. Si riponeva in vasetti di vetro e si assumeva un cucchiaio più volte al dì.</p>
<h1></h1>
<h2>Frittelle di fiori di tarassaco (antipasto o dolce)</h2>
<h3>Ingredienti</h3>
<p>40-50 capolini gialli di tarassaco</p>
<p>2 uova, 50 g di farina, 2 cucchiai di zucchero, 2 cucchiai di aceto bianco, una grattugiata di noce moscata, sale e pepe nero, olio per friggere</p>
<h3>Preparazione</h3>
<p>Togliere la parte verde ai fiori del tarassaco, quindi lavarli e asciugarli delicatamente. Formare una pastella con le uova sbattute, la farina, lo zucchero, l’aceto, sale, pepe e noce moscata. Mettere i fiori nella pastella e friggerli in abbondante olio (devono galleggiare) caldo per pochi minuti, quindi porli a scolare su un foglio di carta da cucina e servire.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Assenzio</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Nov 2012 22:36:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Loredana Matonti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un bicchiere d&#8217;assenzio, non c&#8217;è niente di più poetico al mondo! Che differenza c&#8217;è tra un bicchiere di assenzio e un tramonto? Il primo stadio è quello del bevitore normale, il secondo quello in cui cominciate a vedere cose mostruose e crudeli ma, se perseverate, arriverete al terzo livello, quello in cui vedete le cose [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Un bicchiere d&#8217;assenzio, non c&#8217;è niente di più poetico al mondo! Che differenza c&#8217;è tra un bicchiere di assenzio e un tramonto? Il primo stadio è quello del bevitore normale, il secondo quello in cui cominciate a vedere cose mostruose e crudeli ma, se perseverate, arriverete al terzo livello, quello in cui vedete le cose che volete, cose strane e meravigliose.</p>
<p>Oscar Wilde</p></blockquote>
<p>Poche piante sono entrate nella storia della letteratura e nel mito come l’assenzio, poche sono state più chiacchierate e controverse: <em>absinthe</em> fu parola per lungo tempo innominabile. Sicuramente nessuna così amara.</p>
<p><i>Artemisia absinthium</i>, l’assenzio maggiore, cresce spontanea nel bacino del Mediterraneo e nell’Europa centromeridionale. Pianta erbacea perenne, appartenente alla famiglia delle <i>Asteraceae</i>, dal caratteristico aspetto, col fusto verde argenteo e lanuginoso, la foglia grigio-verdastra nella pagina superiore e bianca in quella inferiore.</p>
<p>Il nome del genere, <i>Artemisia,</i> deriva da Artemide, dea della fertilità, e ricorda le proprietà emmenagoghe della pianta (ovvero promuove il mestruo), mentre l’epiteto <i>absinthium </i>deriva dal greco <i>apsìnthion, </i>ovvero “privo di dolcezza”.</p>
<p>Citato anche nelle Sacre Scritture, come nella Bibbia, è però menzionato sempre in accompagnamento a sciagure e disastri, probabilmente per la sua amarezza eccessiva.  Nell’Apocalisse si chiama assenzio la grande stella punitrice: “<i>Il nome della stella è “Assenzio”. Un terzo delle acque diventò amaro come l’assenzio, e molti di quelli che bevvero morirono, perché erano avvelenate</i>”<i> (</i>Giovanni<i>, Apocalisse </i>7,10<i>). </i>La fama delle sue grandi virtù terapeutiche arriva da lontano: già nel 1600 a.c. esse sono citate in un papiro dall&#8217;antica civiltà egizia e, nei secoli successivi, dai Romani, Celti, Arabi, e più tardi anche dai medici del Medioevo.</p>
<p>Nell’antica Grecia veniva usato per curare i problemi digestivi in infuso o in macerazione nel vino. Pitagora prescriveva la stessa bevanda per assistere il travaglio durante il parto, mentre Ippocrate lo consigliava per l’itterizia, i reumatismi, l’anemia e i dolori mestruali.<br />
<a href="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/assenzio-small.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1148" style="margin-left: 0px; margin-right: 5px;" alt="assenzio-small" src="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/assenzio-small.jpg" width="300" height="400" /></a>Il famoso naturalista romano, Plinio il Vecchio, la stimava moltissimo per curare molte malattie e disfunzioni, riferendo che in occasione delle gare sulle quadrighe sul Campidoglio, il vincitore beveva una tazza di foglie di assenzio, affogate nel vino, che gli ricordava così che…anche la gloria ha il suo lato amaro! Lo raccomandava inoltre come elisir di giovinezza e come cura per l’alitosi.</p>
<p>Apuleio consigliava il viandante di portare con sé un rametto di questa pianta per alleggerire la fatica della via, Virgilio nelle Georgiche e Catone nel De re rustica ne esaltavano le sue proprietà antiarrossanti « &#8230; quando ti metti in viaggio tieni un ramicello di assenzio sotto l&#8217;ano: è un rimedio contro le scorticature delle coscie».</p>
<p>Le sommità fiorite di assenzio contengono anche molti principi amari e digestivi ed in fitoterapia è impiegato come amaro, stimolante della digestione, nella terapia delle affezioni gastrointestinali e nell’atonia gastrica, utile anche nelle anoressie con tendenza alla costipazione. Molto usato anche nella medicina popolare piemontese, “l’Incens” come è spesso volgarmente chiamato, ha fatto tremare intere generazioni dei nostri avi, al ricordo del gusto amarissimo del succo o del decotto, dato loro da bambini, come rimedio efficacissimo contro i vermi intestinali e l’acetone. Usato anche per aromatizzare il vino, come digestivo, per il mal di stomaco, per promuovere le mestruazioni e, messo nei materassi, persino come antitarme e contro i topi. Per uso esterno, sembra che l’impiastro delle foglie fresche, miste a lardo battuto, fosse un rimedio eccezionale per le contusioni.</p>
<p>La sua storia moderna è però legata all’omonimo liquore, che si ottiene dalla distillazione della droga con alcool e una miscela di varie piante (anice, finocchio, issopo, melissa, anice stellato e altri). Ebbe una rapida diffusione a partire dal XVIII secolo, per diventare di moda durante la “Belle-Epoque”, ispirando poeti e scrittori, in particolare nel periodo letterario degli Scapigliati, che misero in uso una bevanda alcolica a base di assenzio che provocava un certo torpore mentale: era l’inizio della dipendenza che portò molti all’absintismo.</p>
<p>Il suo abuso produsse intossicazioni  gravi, come testimoniano molti scrittori e un quadro di Edgar Degas, <i>l’Assenzio</i>.</p>
<p>Visto come la “porta per l&#8217;inferno”, uno stato modificato di coscienza che rendeva l&#8217;artista visionario, esercitò il suo fascino sulle menti più brillanti a cavallo tra &#8217;800 e &#8217;900.</p>
<p>Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, i maledetti, ma anche gli impressionisti Toulouse Lautrec, Degas, Manet… Addirittura si narra che Van Gogh si tagliò l&#8217;orecchio dopo aver assunto dell’assenzio.</p>
<p>Nei bar e nei bistrot parigini cercavano ispirazione nella “Fata Verde”, “la féè verte” come era eufemisticamente chiamato il liquore a base di “absinth”. Tra le 17 e le 19 nei bolulevard di Montmartre il tempo dell’aperitivo era l’”ora verde” e l’assenzio scorreva a fiumi.</p>
<p>Verde per via del colore, della clorofilla contenuta, per gli effetti allucinogeni che avrebbe provocato e per quell’intorbidare l’acqua il “losche”, dovuto all’insolubilità di alcuni componenti, anticipatore della musa creativa.</p>
<p>Ricetta popolare nel Jura franco svizzero, il liquore fu messo a punto da un medico del luogo Pierre Ordinaire intorno al 1792 che né lasciò la ricetta alle sorelle Henriod, che nel 1797 la passarono al maggiore Dubied Costui si mise in affari con Henry Lousi Pernod che ne aveva sposato la figlia. Nei primo anni dell’’ottocento alcune piccole distillerie della regione di Pontalier iniziarono la produzione dell’elisir considerato rimedio un po’ per tutti i mali.</p>
<p>Il successo arrivò più tardi con la guerra d’Algeria e con l’uso che ne facevano i soldati.</p>
<p>In poco tempo l’Absinthe divenne la bevanda alcolica più popolare e il successo negli anni a cavallo del secolo fu così clamoroso da consigliare l’intervento delle autorità, sollecitate da motivi di salute pubblica, ma anche dalla preoccupazione dei <i>vignerons </i>del <i>midi</i> e dai distillatori di cognac, che vedevano minacciato il loro primato.</p>
<p>Si disse che era un allucinogeno, che desse assefuazione, che portasse alla pazzia, e l’assassinio della propria famiglia perpetuato da un certo Lanfray, nel 1905, dopo averlo bevuto in abbondanza, diede il via alla campagna proibizionista. D&#8217;altronde, i tempi stavano cambiando e la stagione della “Belle Epoque” era alla sua conclusione; nubi di guerra si addensavano all’orizzonte. I poeti si accingevano a lasciare la ribalta del palcoscenico ai generali, le trincee ai viali. Nel 1915 l’assenzio venne definitivamente proibito.</p>
<p>Il maggior indiziato per gli effetti indesiderati è il tujone, sostanza psicotropa presente anche nella <i>Cannabis</i>.</p>
<p>Negli ultimi anni, seppure con qualche restrizione nel nome, l’Absinthe è tornato alla legalità e anche di moda, oggetto di culto e fonte di ispirazione anche nell&#8217;arte contemporanea. Ispirando libri e canzoni, è diventata anche una bevanda irrinunciabile per personaggi noti nel mondo della musica e dello spettacolo. A questo proposito, numerose sono le dichiarazioni di attori (da Jhonny Depp, che lo scoprì sul set di “from hell” a Leonardo di Caprio) e cantanti (dal famigerato Marilyn Manson agli italiani Bluvertigo) che considerano irrinunciabile questa bevanda. Tuttavia è necessario ricordare che l&#8217; assenzio oggi in commercio ha poco o nulla a che fare con quello assunto nei secoli addietro dai poeti e dagli artisti “maledetti”, e che spesso queste dichiarazioni vengono rilasciate più per stupire il pubblico che per un reale fondamento nella realtà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Info</b><i>: <a href="http://www.museeabsinthe.com/index.html">http://www.museeabsinthe.com/index.html</a></i></p>
<p><i> </i></p>
<p>Il &#8220;Musée de l&#8217;Absinthe&#8221; si trova à Auvers sur Oise, fontato dar Marie-Claude Delahaye, nella banlieu di Parigi. Tel. +33 01 30 36 83 26.</p>
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		<title>China</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Nov 2012 22:42:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Loredana Matonti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ha contribuito a salvare la vita ha moltissimi malati di malaria e a migliorare le condizioni di vita  campagne, ma quanti ancora ricordano le minuscole compresse vendute dal tabaccaio…  “Il chinino dello stato è di prima qualità ed assolutamente puro. Si vende a basso prezzo dalle farmacie e dalle rivendite di sali e tabacchi a [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><i>Ha contribuito a salvare la vita ha moltissimi malati di malaria e a migliorare le condizioni di vita  campagne, ma quanti ancora ricordano le minuscole compresse vendute dal tabaccaio…</i><b> </b></p>
<p>“Il chinino dello stato è di prima qualità ed assolutamente puro. Si vende a basso prezzo dalle farmacie e dalle rivendite di sali e tabacchi a ciò autorizzate e le une e le altre devono tenere sempre esposta al pubblico una tabella con la legenda:” Qui si vende il Chinino dello Stato …”</p>
<p>Torino.</p>
<p>Incrocio tra via Montevideo e via Giordano Bruno, nello storico quartiere del Lingotto, alzando gli occhi una scritta colpisce il passante curioso“ fabbrica del chinino di stato”.</p>
<p>Oggi lo storico edificio ospita il comando dei vigili urbani della IX circoscrizione ma un tempo fu un importante laboratorio manifatturiero dove era prodotto tutto il “chinino” italiano.</p>
<p>Ricordi dimenticati di quando le tabaccherie, che nei paesi di campagna si chiamavano “cense”, ancora non erano le sofisticate e tecnologiche boutique dei giorni nostri, ma quasi esclusivamente le rivendite dei monopoli di stato. Sali e tabacchi, ma anche valori bollati e, come qualche sbiadita insegna ancora riporta, anche<i> chinino</i>. L’idea di andare dal tabaccaio a comperare il chinino oggi può fare sorridere, ma sino a una cinquantina di anni fa come molti si ricorderanno era la prassi comune. Nelle campagne, il chinino era la panacea per ogni tipo febbre e non solo; una scatoletta con le amare pastigliette non mancava quasi mai sul comodino. Le prime privatizzazioni degli anni ‘80 del secolo scorso portarono poi alla progressiva limitazione dei generi di monopolio, sale, tabacco e chinino.</p>
<p>Poichè le vendite di chinino per la malaria erano da qualche decennio in forte calo, quasi nessuno si accorse della sua scomparsa nei tabaccai per tornare nell’ambito più consono delle farmacie.</p>
<p>Il regredire della malaria infatti, e la scoperta di nuovi antimalarici di sintesi (clorochina) usati per la profilassi determinò il tramonto del mitico farmaco, oggi ritornato alla ribalta. Non serve per prevenire la malattia, ma in caso di attacco acuto stronca irrimediabilmente il parassita anche se non è immune da effetti secondari.</p>
<p>La malaria come si sa è veicolata da alcune specie di zanzare del genere Anofele, presenti non solo nei paesi tropicali, ma anche da noi quando le paludi erano più estese e vi si lavorava in condizioni igieniche e di salute peggiori (l’ultimo caso italiano ma di importazione risale al 1970). Ironia della sorte magari sarebbe bastata una scatoletta di chinino a salvare la vita al campionissimo Fausto Coppi, deceduto proprio per malaria.</p>
<p>Solo sul finire dell’ottocento viene dimostrata la correlazione tra zanzara, palude e uomo e individuato il complesso ciclo vitale del plasmodio. A distinguersi nelle ricerche è un medico zoologo di Pavia Gian Battista Grassi. Già da qualche decennio però era evidente come il chinino (sintetizzato a partire dalla corteccia intorno al 1820) fosse un valido rimedio alle febbri malariche. Per contrastare l’elevata mortalità lo Stato mise in essere alcuni provvedimenti legislativi volti a rendere disponibile a tutti e a basso prezzo quel chinino che imprenditori illuminati utilizzavano già da tempo nei propri poderi. Con la legge Garlanda (deputato biellese) del 1895 uno dei primo provvedimenti da stato sociale, si stabilisce il prezzo politico e diventa monopolio di stato, sottratto alla speculazione e con l’obbligo di somministrazione dello stesso alle categorie a rischio. Nel 1901 a seguito della legge <a title="Leone Wollemborg" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Leone_Wollemborg">Wollemborg</a>, il chinino è posto in vendita anche nelle privative di sali e tabacchi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><b>La China nella storia</b></h2>
<p><a href="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/china.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1161" style="margin-left: 0px; margin-right: 5px;" alt="china" src="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/china.jpg" width="300" height="225" /></a>Il chinino si ricavava dalla corteccia della pianta, nota prima come rimedio per la malaria e in seguito anche per usi più prosaici, la China. Secondo alcuni il nome deriverebbe da Kina, cioè corteccia, parola tratta dal dialetto di alcune tribù indie. Si tratta di varie specie di piante esotiche arboree sempreverdi originarie della regione amazzonica delle Ande, nell’America meridionale (Perù, Ecuador), del genere <i>Chincona,</i> appartenenti alla stessa famiglia del caffè, le Rubiacee. La parte considerata medicinale è la corteccia, che si ricava dal tronco e dai rami della pianta. Il colore della parte interna differisce spesso tra le varie specie dando il nome alle stesse. Le specie più diffuse, tutte con analoghe proprietà medicinali, sono la <i>Chincona succirubra</i> Pavon (= <i>C. pubescens</i>) e la <i>Chincona lancifolia</i>, da cui si ricava la china rossa, dal colore grigio rossastro della corteccia; la <i>Chincona calisaya</i> Weddell, <i>C. ledgeriana</i> Moens, compresi gli ibridi da cui si ottiene la china gialla e infine la <i>Chincona officinalis</i> che fornisce la china grigia. Quest’ultima è tra le più utilizzate, con cortecce di colore bruno, dalla superficie ruvida con macchie grigio argenteee. Proprio per i suoi pigmenti fu anche usata dalle popolazioni andine prima e dai conquistadores dopo, per colorare e tingere le stoffe. Naturalmente pure l’uso terapeutico  della “Kina” sembra fosse praticato dagli indios, documentato anche da colorite storielle popolari: una di queste racconta di un indigeno, affetto da febbri ricorrenti e tormentato dalla sete, che bevendo l’acqua di una palude in cui maceravano alcuni alberi di china, guarì completamente.</p>
<p>La storia affascinante del rimedio inizia con la conquista spagnola; passò poi più di un secolo prima che il segreto sull’uso della pianta contro le febbri, mantenuto da alcuni guaritori locali, fu rivelato ad uno o più spagnoli. Anche il nome del genere deriva da Ana de Osorio, contessa di Chincon e moglie del viceré del Perù, che scoprì su se stessa le virtù della corteccia, guarendo da febbri malariche e decidendone l&#8217;importazione in Europa (1639). Aveva un prezzo di ben 100 reali all’oncia in Spagna ed era prescritta nelle febbri, nelle convalescenze e negli stati di affaticamento. I primi a  introdurla in Spagna furono i Gesuiti, il che le valse il soprannome di “polvere dei gesuiti”, mutuato a Roma in “polvere del cardinale”, visto che uno di questi, Giovanni de Lugo, avutala proprio dai Gesuiti, la distribuiva con una filosofia alla Robin Hood: gratuitamente ai poveri e a carissimo prezzo ai ricchi. Il nuovo farmaco, che guariva senza produrre “nessuna evacuazione”, quindi contro tutte le tradizionali teorie terapeutiche dell’epoca, fu al centro di un’accanita polemica, mettendo a soqquadro il mondo scientifico del ‘600. La sostanziale ignoranza circa le sue caratteristiche farmacologiche contribuì tra il 1660 e il 1680 al nascere di molti rimedi segreti per curare le febbri, spacciate per miracolosi, ma ad uno di essi “il rimedio di Talbor” si deve il merito di aver convinto la medicina ufficiale a riconoscerne le proprietà terapeutiche della china. Proprio un medico italiano, Francesco Torti (1658-1741), nato e vissuto a Modena, si distinse in tutta Europa per le sue ricerche sulla malaria e la somministrazione del chinino.</p>
<p>I principi attivi contenuti nella corteccia sono alcaloidi, in particolare chinina, chinidina, cinconina  e cinconidina, il cui  contenuto varia a seconda delle specie e della provenienza ed hanno varie attività farmacologiche: la chinina, attualmente preparata sinteticamente, è stato il primo farmaco antimalarico efficace sotto forma di solfato basico, ma ha anche attività antipiretica ed analgesica. La chinidina è impiegata invece nelle terapie delle aritmie cardiache. Seppure la china sia conosciuta per tutte queste sue proprietà, stimola anche la funzionalità epatica e gastrica e ha azione amaro-tonica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Chinino di stato</h2>
<p>Ancora una volta la “provinciale” Torino è all’avanguardia. Sino al 1816 la trasformazione del solfato di chinina in prodotti medicamentosi avveniva nei locali del Laboratorio Chimico Farmaceutico Militare, struttura annessa alla Farmacia Centrale Militare di corso Siccardi. Nel 1916 il Comune di Torino delibera l’assegnazione di un’area di circa 14.000 metri quadrati per la creazione di un nuovo stabilimento La nuova realtà produttiva prese forma nel 1922 quando nasce il Laboratorio Chinino di Stato, un complesso di dieci capannoni, esteso su una superficie di 7.000 metri quadrati alle dipendenze del Monopolio. Per ottenere una riduzione dei costi di lavorazione, il Monopolio di stato acquistò dei terreni sull’isola di Giava, in Indonesia per impiantarvi  una piantagione di alberi di china. Con l’arrivo delle prime partite di corteccia nel 1928 il  laboratorio produce le compresse di chinino, vendute non solo in Italia, ma anche in Grecia e Bulgaria. Nel 1939 il consumo di derivati della china raggiunge le 37 tonnellate, tutti prodotti nel complesso torinese che impiegava ben 150 operai. Nel dopoguerra  la progressiva diminuzione del consumo dei prodotti a base di chinino ( 6.458 Kg nel 1956) conseguenza della drastica riduzione della malaria in Italia ma anche di più adeguati rimedi farmacologici e la inadeguatezza di metodi di lavorazione obsoleti e bisognosi di nuovi investimenti portarono il monopolio a trasferire le lavorazioni nello stabilimento di Volterra, già attivo nel periodo bellico e  dove già si trovavano estese saline statali a chiudere la manifattura di Torino, trasferendo i 50 dipendenti alla fabbrica dei tabacchi.</p>
<p>Nell’’ottocento gli estratti di china, elaborati dagli speziali dei “vermouth” in alcune farmacie torinesi, non soltanto vengono commercializzati come rimedi e toccasana per febbri più o meno malariche, ma siccome sono anche “buoni” diventano bevande di moda. La farmacia degli stemmi di Torino, produce ancor oggi la sua china. Nascono così i vari Ferrochina Bisleri e Chinamartini  Altre case offrono prodotti analoghi. All’ospite di riguardo nelle case popolari e nei salotti piccoli borghesi in alternativa al caffè viene offerto un cicchetto di “<i>lixerchina</i>” cioè di amaro  elisir di china Un altro farmacista ed enologo Giuseppe Cappellano pensa bene di ammogliare la corteccia di china calissaja ed altre erbe al re dei vini, il barolo. Nasce così il barolo chinato a metà strada tra piacere e medicamento (forse più il primo che il secondo) <i>drink</i> che ha avuto una certa popolarità e che è tornato di moda in questi ultimi anni.</p>
<p>I torinesi non sono comunque gli unici ad usare l’amara corteccia: un suo derivato, il cloridrato di chinina (amara), entra nella composizione di una nota marca di bibita gassata e ancora oggi è tra gli ingredienti utilizzati per dare il sapore amaro alle principali acque toniche. Leggere per credere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class='et-box et-info'>
					<div class='et-box-content'><p><b>Le ricette popolari: il vino chinato</b></p>
<p>La ricetta è molto semplice. Si prepara con 20 grammi di corteccia di china in polvere, si aggiungono 600 grammi di marsala e si fa macerare (in recipiente di vetro scuro) per dieci gg e successivamente si filtra.</p></div></div>
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		<title>Genepì</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2012 23:02:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Loredana Matonti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il noto liquore, simbolo dell’arco alpino occidentale, da tempo allieta i lunghi inverni col suo corroborante aroma, mentre la ricerca farmacologica sui principi attivi della pianta rivela potenzialità insospettate e sempre più  interessanti Ancora una curva. Sollevati, intravediamo l’agognata meta, il nostro rifugio alpino, dove fra poco verremo accolti dal tepore di una stufa che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il noto liquore, simbolo dell’arco alpino occidentale, da tempo allieta i lunghi inverni col suo corroborante aroma, mentre la ricerca farmacologica sui principi attivi della pianta rivela potenzialità insospettate e sempre più  interessanti</em></p>
<p>Ancora una curva. Sollevati, intravediamo l’agognata meta, il nostro rifugio alpino, dove fra poco verremo accolti dal tepore di una stufa che cancellerà il ricordo del gelo, da ore nostro fedele compagno di escursione. Il fiato, quasi cristallizzato dalla gelida morsa invernale, spinge ad affrettare il passo sul sentiero innevato. Con un guizzo finale  finalmente entriamo. Il bisogno di ristorare le membra intirizzite dal freddo si traduce in una rapida richiesta. Un bicchierino di genepì, per favore! Ogni sorso del cristallino liquido giallo-verde, ci infonde una piacevolissima sensazione di calore che corrobora e dona nuova energia al corpo stanco. Deve essere per questo che il noto liquore si è guadagnato l’appellativo di “ginseng alpino”, facendosi apprezzare, oltre che per le già note virtù digestive, antinfiammatorie e antisettiche, anche per quelle toniche.</p>
<p>In qualsiasi modo si voglia, piacere e benessere sono assicurati: liscio è tonico e digestivo, on the rocks o con seltz è ottimo e dissetante, caldo, preparato come grog, è energetico e confortante. Un sapore unico, tipicamente alpino, le cui inconfondibili e particolarissime note, amare ed aromatiche, ci riportano all’asprezza e alla maestosità delle cime su cui vivono le piante da cui si ricava. Genepì o Génépy infatti, è il nome comune di diverse specie di piante aromatiche del genere Artemisia, della famiglia delle Asteracee; crescono perlopiù sulle Alpi centro-occidentali e a quote molto elevate (da 1.800 a 2.800 metri), in luoghi difficilmente accessibili, come nelle fessure delle rocce, nei macereti, sui  terreni morenici, ai piedi dei ghiacciai..</p>
<p>Queste pianticelle, alta una decina di centimetri, spuntano a primavera, si arricchiscono di un inconfondibile aroma, fioriscono in estate e, infine, essendo perenni, attendono sotto la neve che passi il lungo inverno delle alte quote. La nomenclatura è un po’ tormentata, confusione dovuta anche ai numerosi sinonimi, maturati nella consuetudine popolare. Il più apprezzato è l’<i>Artemisia genepi</i> Weber (o <i>A. spicata</i> Wulfen) detto genepì “maschio”, che si distingue dagli altri per la disposizione ravvicinata dei vari capolini fiorali, che assumono il tipico aspetto di spiga compatta, grigio-gialla. Il profumo, inconfondibile, è di gran lunga il più aromatico tre le specie di genepì. Possiede infatti la più alta concentrazione di principi attivi, che esplicano nell&#8217;uomo una potente azione neurotonica sulle vie digestive. E’ però diventato talmente raro che il liquore è spesso confezionato con altre specie come L’ <i>A. umbelliformis</i> Lam. (o <i>A. mutellina</i> Vill o <i>A. laxa</i>) detto genepì “femmina” o bianco, rivelatasi anche adattabile alla coltivazione e l’ <i>A. glacialis</i> L., chiamata anche genepì nero.  Per quanto riguarda la catena appenninica è presente nel tratto abruzzese, dove si raccoglie la specie <i>A. petrosa</i> (Baumg.) Jan.</p>
<p>Il nome del genere, secondo alcuni autori, è dedicato ad Artemisia, dea protettrice delle piante medicinali, secondo altri deriva dal greco <i>artemés</i>, ovvero sano, per le proprietà medicinali che alcune piante di questo genere posseggono, oppure alla dea Artemide. L’epiteto specifico invece deriva dal francese “génépy”, termine generico che gli abitanti delle regioni montane hanno dato a piante aromatiche delle Alpi.</p>
<p>La nostra pianta sembra in grado di soddisfare i bisogni tanto degli uomini quanto degli animali che vivono nel suo stesso ambiente alpino: al genepì infatti, molto apprezzato dai camosci che lo brucano, venne attribuito il potere di guarire tutti i malanni da raffreddamento, dai raffreddori alle influenze, dalla pleurite ai geloni,.</p>
<p><a href="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/genepi.jpg"><img class="size-full wp-image-1167 alignright" alt="genepi" src="http://www.naturadiluce.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/genepi.jpg" width="400" height="250" /></a>Gli antichi infatti, osservando l’aspetto e l’ecologia della pianta, secondo l’antica dottrina delle Segnature, ne dedussero l’impiego: la finissima e fitta peluria, adattamento che gli permette di sopravvivere al gelo e che gli regala il tipico colore grigio sericeo, li spinsero a pensare che potesse essere il rimedio elettivo per i danni da freddo, mentre le quote proibitive a cui vive li indussero ad utilizzare l’infuso contro il mal di montagna.</p>
<p>Anche il famoso botanico torinese, Carlo Allioni, nel suo <i>Rariorum Pedemontii Stirpium, </i>del 1755, lo decantava per le stesse virtù: &#8220;<i>assenzio alpino, chiamato dalle genti alpine col termine di Genepi, serve a molti morbi e, promuovendo la sudorazione, i nostri medici lo usano con successo in tutti quelli che necessitano di un’esalazione sudorifera”</i>.</p>
<p>Il suo aroma ne giustificò l’impiego anche come digestivo e persino come cicatrizzante e disinfettante per uso esterno, in caso di tagli e  ferite, grazie alla presenza di oli essenziali antisettici. Data la rarità e la protezione che ne vietò la raccolta allo stato spontaneo, l’uso medicinale è stato poi sostituito da piante più comuni e facilmente ritrovabili.</p>
<p>Attualmente anche la moderna farmacologia si è mostrata interessata alla pianta, validando la forte attività antinfiammatoria, simile ad alcuni derivati cortisonici, nonchè quella gastroprotettiva dei principi attivi che si trovano nelle sommità fiorite. In Corea per esempio, esiste già un farmaco a base di tali sostanze, indicato proprio per prevenire e trattare l’ulcera gastrica, ma anche in Italia si stanno valutando preparazioni farmaceutiche per scopi analoghi.</p>
<p>La ricetta del liquore invece nasce secoli fa, quando gli abitanti delle Alpi decisero di sfruttare le proprietà benefiche della pianta mettendola in infusione nell’alcool. La sua diffusione inizia però solo nel 1800, quando laboratori artigiani e distillerie iniziarono a produrlo in varie valli.</p>
<p>Curiosi annedoti storico-letterari costellano la vita dell’aromatico liquore: De Amicis, nel 1883, nel suo “<i>Alle porte di Italia</i>”, dopo averlo assaggiato rimase notevolmente colpito dalle sue proprietà digestive che così descrisse: “<i>un liquore di fiori di prato che farebbe digerire una bomba lessa</i>”. Il celebre Jean-Jacques Rousseau invece, nel suo “<i>Les confessions”</i>, descrive la morte del povero giardiniere Claude Anet, il quale, proprio inerpicandosi sui pendii alpini, nello sforzo di trovare e raccogliere la rara pianta, sudò così tanto da contrarre una pleurite letale che, sfortunatamente, neppure il genepì, considerato allora elettivo giusto per tal malanno, potè curare.</p>
<p>Contesa tra piacere del palato e virtù benefiche, la fama del liquore crebbe così tanto che presto la specie allo stato spontaneo non fu più sufficiente e, per sopperire alla sempre maggiore difficoltà nel reperirla, unitamente al divieto o alla limitazione alla raccolta, i valligiani dovettero trovare un modo per coltivarla. Scoprirono così che <i>A. umbelliformis o mutellina</i> era quella che meglio si adattava al territorio, diventando così dei veri specialisti in questa difficile coltura. La stessa che, oggi, offre un’occasione di integrazione del reddito degna di un certo rilievo, proprio in territori marginali e altrimenti spopolati.</p>
<p>Nelle valli delle province di Cuneo e di Torino, a partire dagli anni &#8217;60, si coltivano infatti, a quote relativamente basse (1.900 &#8211; 2.000 m.slm), alcuni ecotipi di questa specie, adattasi rispetto ai conspecifici spontanei, che vegetano invece a quote più elevate.</p>
<p>Nei liquorifici, i metodi di lavorazione sono sempre quelli di una volta, quando si lavorava soltanto con il genepy spontaneo: l&#8217;estrazione dei principi attivi contenuti nella pianta può avvenire mediante infusione o sospensione. Col primo le piante si pongono all’interno di una soluzione idroalcolica in contenitori di acciaio inox e qui sono lasciate in infusione per 40-50 giorni. L’infuso ottenuto viene torchiato ed aggiunto ad una miscela di acqua e zucchero, poi si lascia stagionare. Si verifica così una spontanea sedimentazione delle parti insolubili e, dopo varie filtrazioni, si ha un liquido dalla perfetta brillantezza. Il prodotto finito e fatto con accuratezza si riconosce da queste caratteristiche: colore cristallino, con riflessi che variano dal giallo tenue al verde smeraldo e gusto secco ed allo stesso tempo fresco, che solo questa impareggiabile erba può trasmettere. Se invece vi capita di vedere un genepì incolore significa che è stato ottenuto con un altro metodo, di uguale qualità, detto “per sospensione”. In questo caso le piantine sono collocate su apposite griglie tenute sospese sulla soluzione stessa, all’interno di contenitori chiusi, così l’alcol si satura delle componenti aromatiche delle erbe. Questa modalità consente di estrarre le componenti volatili, ma non le componenti amare e la clorofilla, per cui la tintura ottenuta si presenta limpida e incolore. Questa tecnica di estrazione è più lunga e il liquore finito necessita di un tempo di “invecchiamento” che può arrivare anche a 6 mesi, ma si distingue per la sua purezza.</p>
<p>Il “vero genepy” comunque, prodotto secondo le ricette originali, non ha vita facile, considerando la concorrenza sleale dei prodotti che portano immeritatamente la stessa etichetta. Allo scopo di tutelare uno dei più tradizionali prodotti della nostra cultura alpina, nel 2002 è nata, grazie all&#8217;appoggio della Regione Piemonte e l&#8217;Assessorato alla Montagna, l&#8217;Associazione per la Tutela e la Valorizzazione del Genepì delle Valli Occitane Piemontesi&#8221;, creando il marchio “Genepy Occitan, Alpi del Piemonte”.</p>
<p>L’etichetta, che ha recentemente ha ricevuto il riconoscimento europeo, stimola i produttori del liquore a proseguire nei metodi tradizionali di produzione, sulla base di specifici disciplinari. Al contempo, tramite una collaborazione tra Università e Regione Piemonte è stato anche attivato alcuni anni fa il “Progetto Genepy”, per studiare e promuovere sempre più la preziosa pianta.</p>
<p>Una tutela doverosa affinché l’indomito “Spirito delle Alpi”, che questa pianta incarna, possa continuare ad essere degno ambasciatore della nostra cultura alpina.</p>
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		<title>Sambuco</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Nov 2012 14:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Loredana Matonti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Etnobotanica]]></category>
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		<description><![CDATA[Il sambuco, arbusto molto diffuso in Italia e Europa, era considerato prezioso per i suoi molteplici utilizzi terapeutici e magico per le leggende ad esso legate.  “…I vecchi sambuchi donano Lunga vita a tutto il mondo, ma all’altro, la morte cattiva i vecchi sambuchi comandano un viaggio lungo e lontano. I vecchi sambuchi promettono Vita [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><i>Il sambuco, arbusto molto diffuso in Italia e Europa, era considerato prezioso per i suoi molteplici utilizzi terapeutici e magico per le leggende ad esso legate.</i></p>
<p><i> “…I vecchi sambuchi donano<br />
Lunga vita a tutto il mondo,<br />
ma all’altro, la morte cattiva<br />
i vecchi sambuchi comandano<br />
un viaggio lungo e lontano.<br />
I vecchi sambuchi promettono<br />
Vita eterna<br />
All’intera razza degli uomini</i>.”</p>
<p>(canzone russa)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il canto delle donne russe si librava così nel cielo, verso i Vecchi Sambuchi, gli Spiriti e gli Dei, quando i villaggi, minacciati da epidemie e malattie mortali, necessitavano di protezione. La canzone invocava la pietà delle tre Grandi Dee, chiedendo una vita lunga e piena di salute.</p>
<p>Pianta comune, ma tutt’altro che banale il sambuco. Cresce un po’ dappertutto, dai campi incolti ai margini di strade e vicino a corsi d’acqua.</p>
<p>Diffuso nella flora come nel vissuto dell’uomo, ha rappresentato un prezioso alleato anche per la cultura popolare: dai rimedi medicinali di tutta Europa alla letteratura, dalle poesie alla musica e al cinema. Come non ricordare d’altronde le dolci vecchiette assassine di “Arsenico e vecchi merletti”, che avvelenano le loro vittime con un profumato e casalingo vino di sambuco?</p>
<p>Se poi volessimo cambiare ciò che non ci piace e far avverare tutti i nostri desideri, scegliamo senz’altro una bacchetta magica di sambuco! Il legno preferito dalle streghe e maghi delle favole e delle leggende popolari. Persino il celebre mago Albus Silente, nella saga di Harry Potter, la scelse come fedele compagno di ventura. Di sambuco è pure il flauto magico ed incantatore delle storie popolari, lo stesso dell’omonima opera di Mozart, il cui suono vanificava ogni sortilegio.</p>
<p>Nel passato, generazioni di bambini lo elessero a compagno di giochi; oggi, un po’ più cresciuti, ricordano ancora con molta nostalgia i tempi in cui non esistevano i videogiochi ma, con quei fusti privati del midollo, costruivano ogni sorta di cerbottana, fischietto o flauto. A confermare la vena musicale del sambuco contribuisce anche l’etimologia: il nome del genere sembra derivi dal greco “sambuke”, in latino sambuca, specie di arpa orizzontale di forma triangolare, usata dai Greci e dai Romani, presunta erede di uno strumento persiano chiamato “sabka” di forma simile.</p>
<p>A tarda primavera, il sambuco nero, <i>Sambucus nigra </i>L, (famiglia delle Caprifoliacee) rivela la sua presenza con i suoi graziosi fiori a stella, di colore bianco panna, che raccolti in vistose ombrelle, fanno capolino anche tra la vegetazione più fitta, allietando col loro gradevole aspetto anche gli incolti. Presente in gran parte dell’Europa temperata, si presenta come un arbusto di 4-5 metri, talvolta un piccolo albero. In tarda estate giungono a maturazione i frutti; piccole bacche lucenti di color nero-violaceo, dette botanicamente drupe, riunite in grappoli, e dal sapore acidulo, molto gradite al palato. Apprezzate fin dalla preistoria, almeno a giudicare dalla gran quantità di semi rinvenuti negli scavi dei villaggi di palafitte, chiaro indizio dell’uso commestibile e forse tintorio.</p>
<p>Da non confondere col suo parente stretto, il sambuco rosso o ebbio (<i>Sambucus ebulus</i>), che pur somigliandogli si distingue facilmente dal primo, in quanto ha fusti erbacei anziché legnosi e fiori dall&#8217;odore di mandorle amare; i suoi frutti rossi sono tossici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Credenze ed impieghi popolari</h2>
<p>Vita e morte, salute e malattia. Opposti che si alternano, danzano e duellano tanto nella Natura quanto nella simbologia di questa pianta. In molti paesi e culture nordiche era una delle maggiori rappresentazioni della Grande Madre o Dea; si diceva che il suo divino potere femminile scorresse nelle dure vene legnose della pianta e la rendesse quasi un essere animato, incutendo non poco timore. Il triplice volto della Dea si deduceva dal suo aspetto: i fiorellini delicati, profumati e bianchi rappresentavano la Fanciulla Vergine, il verde dei rametti e delle foglie la Madre rigogliosa e le bacche nero violacee la Strega oscura. Naturalmente era vietato sradicare, tagliare e bruciare la pianta per non recare una grave offesa alla Dea, che desiderava fosse preservata dal fuoco. Il sambuco è tra i primi alberi a germogliare, e questo suo rivivere in un momento in cui la natura è ancora morta lo rende simbolo di speranza. Con i suoi ramoscelli cavi e succosi, che ricrescono facilmente anche dopo essere stati danneggiati e i suoi fiori bianchi, è simbolo rispettivamente di rigenerazione e compassione. L’associazione della pianta con la morte è antica: selci funerarie a forma a foglia di sambuco sono state ritrovate già nelle sepolture megalitiche a tumulo oblungo del Neolitico. Considerato anche dai Celti il guardiano della soglia della morte, sorvegliava però anche il passaggio in direzione opposta, ovvero quello di fertilità e nascita. Con l’avvento del Cristianesimo, il sambuco divenne poi un albero legato solamente alla morte in senso fisico, al dolore e alla malattia, tanto che si iniziò ad usarlo nei riti di sepoltura.</p>
<p>Pure le sue proprietà terapeutiche sono note fin dall’antichità: per Teofrasto le parti delle piante erano paragonabili a quelle del corpo umano e si distinguevano in muscoli, midollo, pelle: egli quindi lo inserisce tra le piante &#8220;pelle e ossa&#8221;, assieme alle canne. Il Mattioli ed il Durante, nel secolo XVI, pur annoverando il sambuco tra le piante &#8220;umide&#8221;, come il salice e l&#8217;ontano, gli attribuivano, al contrario, virtù &#8220;calde&#8221; e &#8220;secche&#8221;.</p>
<p>Una delle tradizioni contadine, in onore alle sue proprietà, era quella di inginocchiarsi sette volte di fronte, perché sette sono le parti del sambuco utilissime per la cura dell’uomo: i germogli, le foglie, i fiori, le bacche, la corteccia, le radici e il midollo.</p>
<p>Anche nella medicina popolare piemontese del sambuco si utilizzava proprio tutto, e quasi per ogni male c’era rimedio, tanto da essere ritenuto la “farmacia degli dei”. L’infuso dei fiori per influenze, raffreddori, bronchiti ma anche come sudorifero in caso di febbre, per la gotta, come analgesico e antinfiammatorio generale e persino per facilitare la secrezione del latte. Per uso esterno il cataplasma con l’infuso dei fiori si consigliava per le irritazioni della bocca, della pelle e degli occhi e pure per gli ascessi dentali. Anche le bacche erano molto apprezzate: oltre che per uso alimentare, il succo che si ricavava era usato come depurativo, lassativo e regolarizzante dell’intestino, nonché per infiammazioni varie delle vie respiratorie e persino per fastidiose e persistenti nevralgie, dal mal di testa alla sciatica.</p>
<p>Uno dei rimedi di cui si favoleggiano le proprietà è senz’altro l’unguento: si prelevava la “seconda corteccia” dei giovani rami (il foglietto verde, adeso al midollo) che si faceva bollire in cera d’api sciolta a bagno maria, a cui si aggiungeva poi dell’olio di oliva; si dice fosse portentoso per le scottature, ferite, piaghe, psoriasi ed eczemi.</p>
<p>Il decotto di foglie era persino un utile antiparassitario, spruzzato in caso di invasioni di larve; impiego recentemente riscoperto nella lotta biologica nella frutticoltura e orticoltura.</p>
<p>E volendo aggiungere una pennellata di colore alla vita, basta usare il succo delle bacche; col loro pigmento blu-viola si tingevano i tessuti e persino il vino. La nostra magica pianta era una delizia anche per il palato dei buongustai: aceto aromatico, sciroppi e frittelle con i fiori, marmellate e persino un rustico vino con le bacche, ottenuto per la debole fermentazione alcolica degli zuccheri contenuti.</p>
<p>E se il profumo dei fiori riflette di nuovo l’ambivalenza della pianta, risultando gradevolissimo ad alcuni e nauseabondo per altri, almeno sul sapore delle loro famose frittelle sono tutti d’accordo. Delizioso, come il cibo degli dei.</p>
<h2>Le ricette popolari</h2>
<p><b>Succo di bacche di sambuco:</b> considerato un ottimo depurativo e antinevralgico. Per prepararlo lasciar cuocere per qualche minuto (5 circa) 80 g di bacche mature. In seguito pestare bene le bacche e filtrare. Addolcire la bevanda calda con zucchero o miele e berne un bicchierino.</p>
<p><b>Frittelle di sambuco:</b> preparare una normale pastella per frittelle e, dopo averli accuratamente lavati e privati degli steli, immergere i fiori nell’impasto (una ombrella di fiori per ogni frittella, o meno a seconda dei gusti). Cuocere le frittelle con un poco di burro per non farle aderire alla padella. Il profumo dei fiori si diffonderà in tutta la cucina.</p>
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